6/9/2008
Il fascino discreto della figura umana
- di: Marco Conti
- tratto da: La nuova Provincia di Biella

Una mostra dedicata allo spettatore, senza che questo debba subire il clima autoreferenziale dell'arte contemporanea: così annuncia Fausto Fabiano, pittore e patron dell'atelier La Porta Rossa, al Piazzo, dove da sabato prossimo saranno in mostra fino al 28 settembre sedici artisti. Per una volta sarebbe però il caso di chiamarli pittori e scultori, dissolta per l'appunto a priori la riserva sulle divergenti  anime dell'arte contemporanea. Nelle salette del suo atelier, Fabiano ha riunito diversi sguardi, diverse generazioni e quasi altrettante geografie (da Firenze a Pomezia, da Vicenza a Genova e Palermo) ma ha privilegiato la figura umana (ovvero Human Nature come si legge nella presentazione, votata al frisson della superlingua globale) quello metonimico. Un tema così totalizzante da rendere sottili le altre valenze e invisibile il nodo polemico ed estetico che corre implicitamente rispetto a quell'arte che ha rinunciato alla bellezza o l'ha fatta coincidere con l'etica. "Human Nature" precisa però Fausto Fabiano dando all'iniziativa quasi uno statuto programmatico è un tema scelto per essere proposto nel tempo.

L'intenzione di dare cadenza annuale a una rassegna così impostata, arriva del resto non casualmente quando, da diverse parti, in arte come in poesia, si affaccia il desiderio di identificarsi in un linguaggio condiviso.

La collettiva della Porta Rossa percorre questa aspirazione cogliendone forse anche l'implicito appello di riscatto. Implicito ma non assolvibile perché l'ombra lunga del Novecento e più ancora di questo inizio millennio porge una visione fatalmente eliotiana tra l'espressionismo urlante di Patrizia Nicolini, il grottesco di Oriana Valesi (che intitola Yossarian, come il paranoico pilota di Comma 22, un suo soggetto), di Rodolfo Boccalatte e di Fulvio Martini. simulacri vuoti senza espressione, commenta lo stesso Martini presentando un dipinto e richiamando più propriamente Gli uomini vuoti di Eliot. Per contraltare c'è il puntuale accademismo di Bettina Moras, la divagazione divertita di Luca Pedrelli, il realismo di Carlo Graziano Fadani.

Su un versante poco frequentato Fausto Fabiano crea invece mondi estraniati, sombologie e soluzioni formali non distanti dagli estri surrealisti. Antonio Minieri, intriso di sensualità e mito, è tra i pochi a illuminare di desiderio i colori sulla tela.

Con loro sono in mostra Paola Di Giovanni che propone soluzioni formali diverse ma ineccepibili; Gianpaolo Tamagnone, impegnato ad accentuare le valenze del contingente (gesti, posture) attraverso una accesa descrizione coloristica; Alessandro Scapinelli da sempre vicino alla nozione ludica del segno artistico; Roberto Fontana autore di una pittura essenziale e Marcello Mogni, interessato a restituire immagini mentali, tracce di memoria inquiete e algide. Tuttavia, tra l'urlo dell'espressionismo e le tendenze formali di concatenazione dei linguaggi, è la figura umana di Roberto Savino a indicare  poetica ed esiti di insolita energia: i suoi acrilici, le figure tagliate o sorprese di sguincio, puntualmente accompagnate da un segno libero e incongruo, modella esplicitamente l'imperfezione, l'indizio flagrante della vita e di quanto resta ai margini, non compreso, ma presente.

Una nozione di bellezza che piacerà anche a Beatrice Niccolai, poetessa ospite della rassegna con versi che stringono e accerchiano, nonostante (o proprio per questo) si definisca uno spazio vuoto in mezzo alle parole.